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VIOLENZA SESSUALE: ESSERE UBRIACA NON SIGNIFICA ESSERE CONSENZIENTE

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VIOLENZA SESSUALE: ESSERE UBRIACA NON SIGNIFICA ESSERE CONSENZIENTE

Integra il reato di violenza sessuale, con abuso delle condizioni di inferiorità psichica o fisica (art. 609-bis, c.p.), la condotta di chi induca la persona offesa a subire atti sessuali in uno stato di infermità psichica determinato dall’assunzione di bevande alcooliche, essendo l’aggressione all’altrui sfera sessuale connotata da modalità insidiose e subdole.

Con la sentenza del 9 luglio 2014, la Sez. III Penale della Cassazione ha avuto modo di precisare, sia pure in un procedimento de libertate, quale sia la definizione dello stato di inferiorità di inferiorità della vittima di violenza sessuale.

Una volta ammesso il compimento del rapporto sessuale, lo stato di inferiorità della vittima ha reso, comunque, penalmente rilevante il rapporto stesso.

Nè l’assenza di segni di violenza fisica o di lesioni sulla vittima esclude la violenza sessuale, in quanto il dissenso della persona offesa può essere desunto da molteplici fattori e perché è sufficiente la costrizione ad un consenso viziato (Cass. Pen., Sez. III, del 12/05/2010).

Del resto, costituisce ius receptum, integra il delitto di violenza sessuale non solo la violenza che pone il soggetto passivo nell’impossibilità di opporre tutta la resistenza possibile, realizzando un vero e proprio costringimento fisico, ma anche quella che si manifesta con il compimento di atti idonei a superare la volontà contraria della persona offesa, soprattutto se la condotta criminosa si esplica in un contesto ambientale tale da vanificare ogni possibile reazione della vittima (Cass. Pen., Sez. III, 28/11/2006, Zannelli); escludendo che, per la configurabilità del reato di violenza sessuale, sia necessario il ricorso alla c.d. vis atrox.

Di conseguenza il fatto-reato è pienamente integrato anche quando l’agente prosegua un rapporto sessuale allorché difetti, in via genetica (all’inizio del rapporto) il consenso della vittima o, se anche originariamente prestato, il consenso stesso venga successivamente meno, a causa di un ripensamento ovvero della non condivisione delle forme o delle modalità di consumazione del rapporto, in quanto il consenso della vittima agli atti sessuali deve perdurare nel corso dell’intero rapporto senza soluzione di continuità (Sez. III, 29/01/2008, Bonavita).

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