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STALKING CONDOMINIALE

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STALKING CONDOMINIALE

Prima di scegliere una casa nuova, scegli il nuovo vicino. Così recita un proverbio arabo.

Integra il delitto di atti persecutori (art. 612 bis c.p.), la condotta di colui che molesta ripetutamente il condomino di un edificio, in maniera tale da provocare uno stato di ansia o di paura.

Questo l’ennesimo principio sancito dalla Corte di Cassazione, Sez. V penale, Sent. 28 giugno 2016, n. 26878.

Accade sempre più spesso, ormai, che uno o più condomini vengano presi di mira da altri condomini. Questo atteggiamento persecutorio può integrare il noto delitto di stalking, introdotto nel febbraio del 2009, previsto all’art. 612-bis c.p., che punisce con la reclusione da reclusione da 6 mesi a 4 anni, chiunque, con condotte reiterate, minaccia o molesta taluno in modo da cagionare un perdurante e grave stato di ansia o di paura ovvero da ingenerare un fondato timore per l’incolumità propria o di un prossimo congiunto o di persona al medesimo legata da relazione affettiva ovvero da costringere lo stesso ad alterare le proprie abitudini di vita.

Vi sono, poi, diverse aggravanti se il fatto è commesso:
– dal coniuge legalmente separato o divorziato o da persona che sia stata legata da relazione affettiva alla persona offesa;
– a danno di un minore, di una donna in stato di gravidanza o di una persona con disabilità di cui all’art. 3 della legge 5/2/1992 n. 104, ovvero con armi o da persona travisata.

Il caso de quo.

Tizio, cittadino Romano, veniva attinto dalla misura cautelare della custodia in carcere per il delitto di cui all’art. 612 bis c.p. in danno di vicini di casa, in particolare di Caio.

Rigettato il Riesame, Tizio proponeva ricorso in cassazione.

Tizio si doleva che che le dichiarazioni di Caio fossero state ritenute da sole sufficienti a fondare il giudizio di gravità indiziaria, senza ricerca di riscontri.

Col secondo motivo, si doleva che il Riesame avesse ritenuto provato gli eventi del delitto sulla base della sola parola della persona offesa, non supportata da alcun documento neppure di natura medica.

Inutile ricorso in cassazione.

La Suprema Corte, infatti, nel rigettare il ricorso in quanto inammissibile, ha avuto modo di ricordare come, per giurisprudenza ormai consolidata, le dichiarazioni della persona offesa possono essere anche da sole poste a fondamento dell’affermazione di responsabilità se sottoposte a vaglio critico circa l’attendibilità soggettiva del dichiarante e l’attendibilità oggettiva di quanto riferito e non sono sottoposte alla regola di giudizio ex art. 192 c.p.p., comma 3.

Quanto alla credibilità del querelante, legittimamente il Tribunale aveva escluso la presenza di intenti calunniatori o di contrasti economici, valorizzando razionalmente il fatto che le sue ripetute querele, pertanto, erano state originate da una reale esasperazione derivante dalle condotte del molestatore Tizio.

Le ripetite molestie del quale hanno prodotte pesanti conseguenze sulla condizione di vita della persona offesa, costretta ad assentarsi dal lavoro ed assumere tranquillanti, ravvisando in esse gli eventi del delitto di stalking (ossia, il mutamento delle abitudini e l’insorgere di un grave stato d’ansia).

Tale deduzione, conclude la Cassazione, è coerente con la giurisprudenza di legittimità, secondo la quale la prova dell’evento del delitto di stalking (ossia, il grave e perdurante stato di ansia o di paura) deve essere ancorata ad elementi sintomatici di tale turbamento psicologico, ricavabili dalle dichiarazioni della stessa vittima del reato, dai suoi comportamenti conseguenti alla condotta posta in essere dal molestatore.

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