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Professoressa condannata

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Professoressa condannata

PROF. CONDANNATA: ABUSO DEI MEZZI DI CORREZIONE

Bacchettate sulle mani e vocabolari in testa.

Far scrivere 100 volte ad un alunno “sono un deficiente”.

Togliere agli alunni scarpe e calze, costringendoli a rimanere a piedi nudi.

Applicare sulla bocca dei bambini un nastro adesivo.

Costringere i bambini a mangiare il cibo sino all’ultimo boccone, imboccando personalmente quelli che non volevano più mangiare, tanto da provocare una crisi di vomito.

Imporre l’uso di un “cappello d’asino” ai bambini di rendimento scolastico più basso, provocando così agli stessi una pubblica umiliazione.

Addio maestro old style. Questi et similia comportamenti sono illeciti, irrilevante l’animus corrigendi sotteso ad essi.

È quanto stabilito dalla Quinta Sezione della Cassazione (sent. depositata l’1 dicembre), che ha confermato la condanna in appello nei confronti di una professoressa di lingua inglese presso una scuola media di Empoli.

L’insegnante era stata tratta a giudizio per rispondere del delitto di maltrattamenti art. 572 c.p. (derubricato dal tribunale in abuso dei mezzi di correzione art. 571 c.p.), con riferimento ad atteggiamenti offensivi e minatori nei confronti dei suoi allievi, in due anni scolastici consecutivi, nonché a rispondere del delitto di violenza privata (art. 610 c.p.) per aver costretto tre sue allieve, le quali si erano lamentate col dirigente scolastico per la pronuncia di espressioni offensive nei riguardi loro e dei compagni, a scrivere, (sotto minaccia di bocciatura e di carcere con conseguenti risvolti per il certificato penale) una lettera diretta al dirigente scolastico con cui si ritrattavano le precedenti accuse verso l’insegnante.

Nel dichiarare inammissibile il ricorso, la Cassazione ricorda che non può ritenersi lecito l’uso della violenza, fisica o psichica, distortamente finalizzata a scopi ritenuti educativi, e ciò per due ordini di motivi: sia per il primato attribuito alla dignità della persona del minore, ormai soggetto titolare di diritti e non più, come in passato, semplice oggetto di protezione (se non addirittura di disposizione) da parte degli adulti; sia perché non può perseguirsi, quale meta educativa, un risultato di armonico sviluppo di personalità, sensibile ai valori di pace, tolleranza, convivenza e solidarietà, utilizzando mezzi violenti e costrittivi che tali fini contraddicono.

Perciò, la risposta della scuola deve essere sempre proporzionata alla gravità del comportamento deviante dell’alunno e in ogni caso non può mai consistere in trattamenti lesivi dell’incolumità fisica o afflittivi della personalità del minore.

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