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MALATTIA PROFESSIONALE: COSA DEVE PROVARE IL LAVORATORE? LA PROVA DEL NESSO CAUSALE FRA LAVORO E MALATTIA.

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MALATTIA PROFESSIONALE: COSA DEVE PROVARE IL LAVORATORE? LA PROVA DEL NESSO CAUSALE FRA LAVORO E MALATTIA.

Qual è il criterio in base al quale è possibile affermare che una determinata malattia professionale sia stata cagionata da una determinata attività lavorativa ?

Occorre distinguere fra due tipologie di accertamento.

Qualora l’accertamento abbia natura medico-legale, trova applicazione il criterio secondo il quale deve ritenersi acquisita la prova del nesso causale nel caso sussista un’adeguata probabilità, sul piano scientifica.

Ove, invece, l’accertamento sia basato su elementi indiziari, riguardi i fatti materiali, la valutazione probabilistica è ammissibile, ma si inserisce nell’ambito dell’apprezzamento discrezionale rimesso al giudice di merito circa l’idoneità probatoria di un determinato quadro indiziario.

Questo il principio diritto sancito dalla Sezione Lavoro della Cassazione con la sentenza depositata il 2 settembre 2016.

Il Caso.

Un operaio Ternano ricorreva al Giudice del Lavoro, chiedendo il risarcimento del danno biologico di origine lavorativa ai sensi del Dlgs 38/2000.

Affermava, in particolare, di essere affetto da emicolectomia sinistra per adenocarcinoma del colon, di origine professionale, stante la prolungata esposizione all’amianto per il periodo 1968-1990.

Sia il Tribunale che la Corte d’appello di Perugia davano ragione all’operaio Ternano.

Ricorre per cassazione l’INAIL.

La Suprema Corte, nel rigettare il ricorso (condannando l’INAIL al pagamento di € 3.100, oltre spese e competenze) ha confermato i verdetti dei due gradi di giudizio.

Nella motivazione della sentenza, i giudici confermano le conclusioni cui è pervenuto il CTU in merito all’esistenza del nesso causale fra la patologia dell’operaio e l’esposizione lavorativa all’amianto, sulla base dei seguenti elementi:
– elemento topografico, come dalla letteratura scientifica citata dal consulente;
-elemento cronologico: esposizione per più di 20 anni all’amianto;
-elemento di efficienza lesiva: l’amianto era dotato di idonea efficacia causale rispetto alla malattia denunciata e la neoplasia era insorta dopo un periodo di latenza adeguato, rispetto ai dati riportati nella letteratura scientifica menzionata dal consulente;
– elemento di esclusione di altra causa: non era stati riscontrati fattori extralavorativi per i quali potesse essere invocata una responsabilità eziopatogenetica.

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