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INFORTUNI SUL LAVORO: ESPLOSIONE DEL COMPRESSORE GPL – LA COLPA DEL LAVORATORE SCRIMINA LA RESPONSABILITA’ PENALE DEL DATORE?

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INFORTUNI SUL LAVORO: ESPLOSIONE DEL COMPRESSORE GPL – LA COLPA DEL LAVORATORE SCRIMINA LA RESPONSABILITA’ PENALE DEL DATORE?

Non esclude la responsabilità del datore di lavoro, il comportamento negligente del lavoratore infortunato che abbia dato occasione all’evento, quando questo sia riconducibile comunque all’insufficienza di quelle cautele che, se adottate, sarebbero valse a neutralizzare proprio il rischio derivante dal tale comportamento imprudente.

Con questo principio di diritto, la Quarta Sezione Penale della Cassazione (sent. 14 gennaio 2016, n.3616) ha rigettato il ricorso di un amministratore unico di una ditta sita in La Spezia, condannato sia dal Tribunale spezino che dalla Corte d’appello di Genova per il reato di cui al 589, commi 1, 2, c.p. (omicidio colposo aggravato dalla violazione delle norme per la prevenzione degli infortuni sul lavoro), per aver violato la normativa antinfortunistica dalla quale derivavano gravi lesioni di un dipendente che lo conducevano a morte per l’esplosione di un compressore GPL.

Diversi i temi trattai dalla sentenza in commento.

1. Reato colposo omissivo improprio e rapporto di causalità tra omissione ed evento.

2. Obbligo di garanzia del datore di lavoro.

3. Condotta colposa del lavoratore danneggiato.

Quanto al primo, secondo la Cassazione, la Corte d’appello ha fatto un buon governo della giurisprudenza di legittimità, che, a partire dalle Sez. Unite del 2002 Franzese, ha affermato che nel reato colposo omissivo improprio il rapporto di causalità tra omissione ed evento non può ritenersi sussistente sulla base del solo coefficiente di probabilità statistica, ma deve essere verificato alla stregua di un giudizio di alta probabilità logica, sicchè esso è configurabile solo se si accerti che, ipotizzandosi come avvenuta l’azione doverosa ed esclusa l’interferenza di decorsi causali alternativi, l’evento, con elevato grado di credibilità razionale, non avrebbe avuto luogo ovvero avrebbe avuto luogo in epoca significativamente posteriore o con minore intensità lesiva.

Il principio è stato poi ribadito, compendiato e ulteriormente sviluppato nella sentenza sul caso Thyssenkrupp, secondo cui nel reato colposo omissivo improprio, il nesso di causalità tra omissione ed evento deve essere fondato, oltre che su un ragionamento di deduzione logica basato sulle generalizzazioni scientifiche, anche su un giudizio di tipo induttivo elaborato sull’analisi della caratterizzazione del fatto storico e sulle particolarità del caso concreto (S.U. n. 38343 del 24.4.2014, Espenhahn e altri, fattispecie in cui la Suprema Corte ha escluso il nesso causale tra la condotta omissiva consistita nella mancata realizzazione di un impianto antincendio automatico e l’aggravante di cui all’art. 437, comma 2, c.p., alla stregua del giudizio controfattuale per cui, valutate le circostanze concrete in ordine ai necessari tempi di realizzazione, l’impianto non sarebbe stato comunque ultimato in epoca antecedente alla verificazione del disastro).

Applicando tale principio al caso de quo, la domanda da porsi era la seguente: poteva pretendersi dall’imputato – titolare di una posizione di garanzia in ordine all’incolumità fisica dei lavoratori – che si dotasse di più nuovi accorgimenti idoneo a garantire la sicurezza dell’impianto ?

La risposta non può che essere positiva.

Costituisce, infatti, ius receptum il principio che, allorquando l’imprenditore disponga di più sistemi di prevenzione di eventi dannosi, egli sia tenuto ad adottare (salvo il caso di impossibilita’) quello più idoneo a garantire un maggior livello di sicurezza, principio cui non è possibile derogare soprattutto nei casi in cui i beni da tutelare siano costituiti dalla vita e dalla integrità fisica delle persone, laddove, viceversa, una valutazione comparativa tra costi e benefici sarebbe ammissibile solo nel caso in cui i beni da tutelare fossero esclusivamente di natura materiale.

Ebbene, il sistema di sicurezza costituito dal cd. “barilotto trappola” “non costituiva una novità, essendo in uso in aziende analoghe.

In altri termini, il tempo trascorso rispetto all’adozione di quel “barilotto-trappola” che avrebbe certamente impedito l’ingresso di liquido in misura cosi’ massiccia – e, di conseguenza, l’abnorme pressione che ha causato l’esplosione – imponeva al datore di lavoro, sebbene in possesso delle certificazioni di regolarità dell’impianto, di aggiornarsi circa i sistemi di sicurezza esistenti sul mercato e di adeguare il proprio impianto con una spesa estremamente contenuta.

Rebus sic stantibus, secondo la Cassazione, risulta immune da censure la motivazione della sentenza di condanna della Corte genovese, in quanto non v’è stata l’interruzione del nesso di causalità tra l’accertata carenza del sistema di sicurezza e la morte del lavoratore, nè è possibile affermare che la stessa morte possa attribuirsi al comportamento abnorme del lavoratore.

Sul punto, la sentenza in commento ricorda come il datore di lavoro, destinatario delle norme antinfortunistiche, è esonerato da responsabilità solo quando il comportamento del dipendente sia abnorme, dovendo definirsi tale il comportamento imprudente del lavoratore posto in essere autonomamente e in un ambito estraneo alle mansioni affidategli (pertanto, al di fuori di ogni prevedibilità per il datore), ma sia consistito in qualcosa radicalmente, ontologicamente, lontano dalle ipotizzabili e, quindi, prevedibili, imprudenti scelte del lavoratore nell’esecuzione del lavoro.

Correttamente viene ricordato il principio secondo cui, non esclude la responsabilità del datore di lavoro il comportamento negligente del lavoratore infortunato che abbia dato occasione all’evento, quando questo sia riconducibile comunque all’insufficienza di quelle cautele che, se adottate, sarebbero valse a neutralizzare proprio il rischio derivante dal tale comportamento imprudente.

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