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IL GENITORE CHE NON IMPEDISCE LA VIOLENZA SESSUALE ED I MALTRATTAMENTI SULLA FIGLIA MINORE RISPONDE DI CONCORSO OMISSIVO, ANCHE SE DI CULTURA E RELIGIONE DIVERSA DALLA NOSTRA.

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IL GENITORE CHE NON IMPEDISCE LA VIOLENZA SESSUALE ED I MALTRATTAMENTI SULLA FIGLIA MINORE RISPONDE DI CONCORSO OMISSIVO, ANCHE SE DI CULTURA E RELIGIONE DIVERSA DALLA NOSTRA.

Il genitore, esercente la potestà sul figlio minore, consapevole degli abusi sessuali da costui subiti ad opera di terzi (anche facenti parte del suo nucleo familiare) ne risponde penalmente a titolo di concorso omissivo (art. 40 c.p. in combinato disposto con l’art. 147 c.c.).

Ciò accade, in quanto il genitore riveste una specifica posizione di garanzia ai sensi dell’art. 147 c.c. che lo porta a rispondere ex art. 40 cpv. c.p., ossia a titolo di causalità omissiva, degli atti di violenza sessuale compiuti in danno del minore nei cui confronti riveste quella specifica posizione di garanzia, purché sia a conoscenza dell’evento o in grado di conoscerlo, ed abbia la possibilità oggettiva di impedire l’evento.

A ribadirlo, la Sez. III Penale, sent. 29 settembre 2016, con la quale la Cassazione ha annullato una sentenza di patteggiamento emessa dal G.u.p. del Tribunale di Padova per i reati di cui agli artt. 110, 81 cpv., 572, 609-bis e 40 cpv. c.p. (maltrattamenti in famiglia e concorso in violenza sessuale in danno della figlia minore) di anno 1 e mesi 10 di reclusione, previo riconoscimento delle circostanze attenuanti generiche, dichiarando assorbito il reato di violenta sessuale come contestato, nel reato di maltrattamenti in famiglia.

Il fatto-reato.

Tizio, padre della minorenne Caia, la costringeva a sottostare a maltrattamenti e abusi sessuali di Mevio, fatto sposare con rito religioso alla minore, il quale, una volta trasferitosi in Italia presso la casa familiare della ragazza, la costringeva ad avere rapporti sessuali con lui nonostante il netto rifiuto della ragazza, sottoponendola a violenze fisiche e psicologiche nel caso di un suo rifiuto.

Tizio chiede ed ottiene la pronuncia di una sentenza su applicazione delle parti (c.d. patteggiamento).

Il Procuratore Generale presso la Corte di Appello di Venezia propone ricorso per cassazione deducendo un doppio vizio della sentenza: la manifesta illogicità della motivazione della sentenza di patteggiamento e l’impossibilità tecnico-giuridico di ritenere i maltrattamenti assorbiti nella violenza sessuale.

Entrambi i motivi vengono accolti dalla Sez. III con la sentenza in commento.

In particolare, la motivazione della sentenza risulta affetta dal vizio della manifesta illogicità perchè il G.u.p. ha ritenuto che la condotta dell’imputato (lungi dal costituire sintomo dell’intento di abbandonare la figlia alla condotta violenta del fidanzato-promesso sposo) rappresenterebbe piuttosto l’espressione di una modalità maltrattante che trova le sue radici nella formazione culturale (Indiana).

Al contrario, invece, secondo la Suprema Corte, è sufficiente leggere il capo di imputazione, dal quale si evince un clima di totale connivenza colpevole del genitore nei confronti del promesso-sposo della figlia quindicenne, pur essendo egli consapevole delle vibrate proteste della ragazzina per le continue (e del tutto sgradite) pretese sessuali del suo fidanzato.

E la conoscenza della reale situazione di oppressione sessuale da parte del fidanzato-futuro sposo della vittima è dato assolutamente certo, agevolmente ricavabile sia dal testo della parallela sentenza di condanna di Mevio, sia dalle dichiarazioni rese dalla insegnante e dalla dalla dirigente scolastica della minore cui costei si era rivolta per sfogarsi e confidare i costringimenti sessuali.

La censura della Cassazione è pesante.

In presenza di simili riscontri affermare – come fa il G.u.p. – che il genitore (solo per effetto di una non condivisibile e biasimevole formazione culturale che urta contro le coscienze) avesse il diritto di imporre alla figlia di ubbidire ai voleri del marito, è una vera e propria banalità che non può trovare ingresso nel nostro sistema giuridico e che sorprende per la facilità e superficialità con la quale tale affermazione sia stata fatta, quasi nel segno della ovvietà.

Una sorta di patente di subcultura attribuita dal G.u.p. !!

Non solo.

La sentenza di patteggiamento viene annullata per avere il G.u.p. ritenuto “assorbita” la condotta di violenza sessuale in quella di maltrattamenti.

Infatti, secondo l’unanime giurisprudenza in materia, il delitto di cui all’art. 572 c.p. (maltrattamenti) concorre con quello di cui all’art. 609-bis c.p. (violenza sessuale) qualora le reiterate condotte di abuso sessuale, oltre a cagionare sofferenze psichiche alla vittima, ledono anche la sua libertà di autodeterminazione in materia sessuale, attesa la diversità dei beni giuridici offesi (tra le numerose, Cass. Sez. III, 15.4.2008 n. 26165), configurandosi l’assorbimento soltanto nel caso in cui vi sia piena coincidenza tra le due condotte, nel senso che il delitto di maltrattamenti sia consistito nella mera reiterazione degli atti di violenza sessuale.

Nel nostro caso, invece, i maltrattamenti lamentati dalla ragazza al proprio genitore non erano strumentali esclusivamente alla violenza sessuale, ma assumevano contorni indipendenti sfocianti in ripetute umiliazioni o privazioni.

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