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GUIDA IN STATO D’EBBREZZA

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GUIDA IN STATO D’EBBREZZA

GUIDA IN STATO D’EBBREZZA: NULLO L’ACCERTAMENTO SE MANCA L’AVVISO DELLA FACOLTA’ DI FARSI ASSISTERE DALL’AVVOCATO

La nullità conseguente al mancato avvertimento al conducente di un veicolo, da sottoporre all’esame alcolemico, della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia, in violazione dell’art. 114 disp. att. cod. proc. pen., può essere tempestivamente dedotta, a norma del combinato disposto dell’art. 180 c.p.p. e art. 182 c.p.p., comma 2, secondo periodo, fino al momento della Deliberazione della sentenza di primo grado.

Questo il principio di diritto sancito dalla Sez. IV della Suprema Corte con la sentenza depositata il 23 febbraio 2015.

I Fatti.

Il Tribunale di Milano condanna TIZIO per guida in stato di ebbrezza, ex art. 186, comma 2, lett. c), e comma 2-bis, Cod. Strada, alla pena di 10 mesi e 20 giorni di arresto e all’ammenda di 3.000 euro, per essersi messo alla guida del veicolo con un tasso alchemico di 2,62 g/l ed aver provocato un incidente stradale.

Il reato risulta ulteriormente aggravato dalla circostanza che il fatto era avvenuto alle 3,20 del mattino, con conseguente aggravio della pena (da un terzo alla metà), come stabilito dall’art. 186, comma 2-sexies, dello stesso Codice.

La Corte di appello di Milano confermava la sentenza di primo grado, in quanto riteneva che la nullità, per il mancato avviso, doveva considerarsi sanata perché non dedotta né al momento dell’atto né immediatamente dopo, quando l’indagato si era presentato all’ufficio di polizia per sottoscrivere il verbale di contestazione, ma solo nel corso del giudizio, svoltosi con il rito abbreviato.

L’art. 114 disp. att. c.p.p. prevede che «nel procedere al compimento degli atti indicati nell’art. 356 c.p.p., la polizia giudiziaria avverte la persona sottoposta alle indagini, se presente, che ha facoltà di farsi assistere dal difensore di fiducia».

Avverso la sentenza della corte d’appello, l’imputato propone ricorso in cassazione.

La Corte romana accoglie il ricorso ed annulla la sentenza impugnata, applicando la massima di recente pronunciata dalle Sezioni Unite, con Sent. 29 gennaio 2015, le quali sanciscono il seguente principio di diritto: la nullità conseguente al mancato avvertimento al conducente di un veicolo, da sottoporre all’esame alcoolimetrico, della facoltà di farsi assistere da un difensore dì fiducia, in violazione dell’art. 114 disp.att.c.p.p., può essere tempestivamente dedotta, a norma del combinato disposto degli artt. 180 e 182, comma 2, secondo periodo, c.p.p. fino al momento della deliberazione della sentenza di primo grado.

La nullità in questione è pertanto nullità di ordine generale a regime intermedio, rilevabile anche d’ufficio. Le nullità a regime intermedio, come stabilisce l’art. 180 c.p.p., «non possono più essere rilevate né dedotte dopo la deliberazione della sentenza di primo grado ovvero, se si sono verificate nel giudizio, dopo la deliberazione della sentenza del grado successivo».

Ma che è la parte che ha l’onere di eccepire la nullità ai sensi dell’art. 182, comma 2, c.p.p.?

Risposta della Cassazione: non può intendersi mai l’indagato o l’imputato, ma solo il difensore (o il pubblico ministero).

In applicazione di detto principio, la Sez. IV annulla la sentenza emessa dalla Corte di appello di Milano che aveva aderito al diverso indirizzo interpretativo antecedente all’arresto delle Sezioni unite, ritenendo sanata la nullità.

La sentenza è annullata con rinvio ad altra sezione della Corte lombarda, affinché questa proceda ad un nuovo esame della responsabilità dell’imputato, ora non più tenendo conto degli esiti dell’accertamento tecnico compiuto con l’alcoltest, affetto da nullità.

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