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FACEBOOK: CONDIVIDERE ESPRESSIONI OFFENSIVE ALTRUI INTEGRA DIFFAMAZIONE?

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FACEBOOK: CONDIVIDERE ESPRESSIONI OFFENSIVE ALTRUI INTEGRA DIFFAMAZIONE?

Facebook, com’è noto, costituisce un potente mezzo di veicolazione del proprio pensiero. Attualmente il più dirompente.

Tanto più considerata la velocità con la quale il “post” viene visualizzato da migliaia di utenti.

Spesso ci limitiamo a condividere post altrui, magari marcatamente aspri, sferzanti, critici, polemici, se non addirittura offensivi, lesivi dell’altrui reputazione.

Ebbene, condividere la critica, ma non anche le forme (illecite) attraverso cui altri l’hanno promossa, non integra il reato di diffamazione ex art. 595 c.p..

A dirlo è una recentissima pronuncia della Sez. V Penale, 29 gennaio 2016, con la quale la Corte di Cassazione, ha annullato senza rinvio la sentenza della Corte d’appello di Trieste, che, in riforma della pronunzia assolutoria di primo grado, ha condannato ai soli effetti civili Tizio per il reato di diffamazione aggravata commesso “postando” un messaggio ritenuto offensivo della reputazione sulla rete sociale “Facebook”.

Secondo i giudici romani, la Corte d’appello, errando, attribuisce tipicità ad una condotta ritenuta intrinsecamente inoffensiva solo perché la stessa dovrebbe considerarsi indirettamente e implicitamente adesiva a quella diffamatoria commessa in precedenza da altri.

Il che è errato nella misura in cui, per un verso, attribuisce all’art. 595 c.p., contenuti ultronei rispetto a quelli effettivamente ricavabili dalla lettera della disposizione incriminatrice e, per l’altro, finisce per negare qualsiasi effettività alla libertà di manifestazione del pensiero garantita dall’art. 21 Cost..

E’ irrilevante, aggiunge la Cassazione, che l’imputato condividesse o meno i presunti insulti che altri avrebbero “postato”, in quanto la sua condotta materiale non evidenzia oggettivamente alcuna adesione ai medesimi, rilanciandoli direttamente o anche solo indirettamente.

L’imputato ha inteso condividere la critica, ma non altrettanto le forme (illecite) attraverso cui altri l’avevano promossa.

Era, infatti, nel suo diritto manifestare un’opinione apertamente ostile, ma, contrariamente agli altri partecipanti alla “discussione”, egli lo ha esercitato – per come riconosciuto dagli stessi giudici dell’appello – correttamente, senza ricorrere alle espressioni offensive utilizzate da altri, nè dimostrando di volerle amplificare attraverso il proprio comportamento.

La condotta contestata potrebbe assumere in astratto rilevanza penale soltanto qualora potesse affermarsi che, con il proprio messaggio, l’imputato aveva consapevolmente rafforzato la volontà dei suoi interlocutori di diffamare.

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