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DIFFAMAZIONE SU FACEBOOK: RESPONSABILITA’ DELL’AMMINISTRATORE PER COMMENTI OFFENSIVI

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DIFFAMAZIONE SU FACEBOOK: RESPONSABILITA’ DELL’AMMINISTRATORE PER COMMENTI OFFENSIVI

L’amministratore di un gruppo può rispondere di diffamazione solo allorché ricorra, sotto il profilo soggettivo, una responsabilità concorsuale, commissiva ovvero omissiva, di tipo
morale, la cui prova deve essere rigorosamente fornita dalla Procura. Infatti, non è possibile ritenere che le offese degli utenti debbano darsi per condivise dall’amministratore del gruppo solo in quanto da questi approvate, in modo specifico (nel caso in
cui abbia predisposto un sistema di filtri) ovvero in modo generico ed incondizionato (nel caso in cui non l’abbia predisposto).

Il Tribunale di Vallo della Lucania, dott. De simone, dichiara non doversi procedere nei confronti degli imputati, in ordine al
reato loro ascritto, perché il fatto non costituisce reato.

In particolare, secondo l’accusa, Tizio e Caio, amministratori del gruppo creato su facebook, avrebbero omesso di effettuare un controllo adeguato sui messaggi, di carattere diffamatorio, postati da alcuni utenti sulla bacheca del gruppo, in tal modo contribuendo
alla offesa all’onore e alla reputazione consumatasi in danno del destinatario delle contumelie.

Sul punto, non v’è dubbio che la diffusione di un messaggio diffamatorio attraverso l’uso di una bacheca facebook integri un’ipotesi di diffamazione aggravata ex art. 595, comma 3, c.p., poiché trattasi di condotta potenzialmente capace di raggiungere
un numero indeterminato o comunque quantitativamente apprezzabile di persone (principio ormai consolidato Cass. Pen. n. 24431 del 28/04/2015; Cass. Pen. 1 marzo 2016, n. 8328).

Tuttavia, occorre soffermarsi sulla posizione dell’amministratore di un gruppo istituito all’interno del social network.

Costui, secondo il Giudice Salernitano non è in grado di operare un controllo preventivo sulle affermazioni che gli utenti immettono in rete.

In particolare, al fine dell’affermazione della responsabilità del
webmaster, non si può prescindere dalla verifica della sua effettiva e consapevole adesione alla condotta dell’autore del post diffamatorio. E, tenuto conto dell’elevato numero di messaggi da
gestire, all’amministratore si può richiedere unicamente un controllo “prima facie” circa la presenza di espressioni immediatamente ed oggettivamente valutabili come diffamatorie.

Di conseguenza, affinché l’elemento soggettivo del reato (ossia il dolo) possa ritenersi sussistente, è necessario che il moderatore abbia scientemente omesso di cancellare, anche a posteriori, le frasi diffamatorie. Ove, invece, egli si sia prontamente attivato eliminando i messaggi offensivi, allora la sua condotta non assumerà connotati illeciti.

Ed è proprio quello che è successo nel caso de quo.

Il dolo non sussiste in quanto, come risulta dagli atti di indagine, i due amministratori del gruppo, dopo aver appreso della pubblicazione sulla bacheca di commenti diffamatori, provvidero a cancellare l’intera conversazione in tempi adeguatamente celeri, creando un un lungo post, col quale spiegarono si dissociarono dalle affermazioni diffamatorie.

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