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OMICIDIO ATTRAVERSO UNA BOTTIGLIA ROTTA

OMICIDIO ATTRAVERSO UNA BOTTIGLIA ROTTA: PRETERINTENZIONALE O VOLONTARIO ?

Il criterio distintivo tra l’omicidio volontario (in cui la volontà dell’agente è costituita dall’animus necandi, ossia dal dolo intenzionale, nelle gradazioni del dolo diretto o eventuale) e l’omicidio preterintenzionale (in cui la volontà dell’agente è diretta a percuotere o a ferire la vittima, con esclusione assoluta di ogni previsione dell’evento morte, che si determina per fattori esterni) va desunto attraverso una “indagine sintomatica”, ossia facendo riferimento ad elementi fattuali indicativi della direzione teleologica della volontà dell’agente verso la morte della vittima, secondo le regole di esperienza e l’id quod plerumque accidit, quali, in via esemplificativa:
– il comportamento antecedente e susseguente al reato,
– la natura del mezzo usato,
– le parti del corpo della vittima attinte,
– la reiterazione dei colpi
– e ancora la direzione e l’intensità dei colpi,
– la distanza del bersaglio,
– le situazioni di tempo e di luogo che favoriscono l’azione cruenta,
– e ulteriormente la micidialità del mezzo usato,
– la reiterazione delle lesività,
– la mancanza di motivazioni alternative dell’azione.

Sulla base del sopra esposto principio di diritto, la Sezione I della Corte di Cassazione, con la sentenza depositata il 6 febbraio, ha rigettato il ricorso di un minore avverso la sentenza di condanna della Corte di appello di Milano sez. minori che, in parziale riforma della sentenza di primo grado (anni 10 di reclusione), aveva ridotto la pena ad anni 9 di reclusione, maggiormente valorizzando la incidenza delle riconosciute attenuanti generiche.

Il fatto-reato.

Tizio veniva tratto a giudizio per rispondere del reato di omicidio, aggravato dalla circostanza dei futili motivi, in danno di Caio, colpendolo in sequenza per due volte con un frammento di bottiglia rotta e provocandogli una lesione all’arteria carotide comune e una duplice lacerazione della vena giugulare interna, che a loro volta avevano prodotto una profusa emorragia esterna e un danno multi-organo con arresto delle funzioni vitali.

Nel rigettare il ricorso, la Cassazione ha confermato la correttezza dell’argomentazione del G.u.p., che aveva individuato il dolo omicidiario diretto (con esclusione della preterintenzionalità), inducendolo da fatti certi, specificatamente indicati (ripetitività dei colpi, loro direzione, violenza crescente con cui sono stati inferti, forza impressa a quello mortale, capacità lesiva del mezzo usato, maggiore di quella di un normale coltello).

GUIDA IN STATO D’EBBREZZA ANCHE IN SELLA ALLA BICI

GUIDA IN STATO D’EBBREZZA ANCHE IN SELLA ALLA BICI

Il reato di guida in stato di ebbrezza ben può essere commesso attraverso la conduzione di una bicicletta, a tal fine rivestendo un ruolo decisivo la concreta idoneità del mezzo usato a interferire sulle generali condizioni di regolarità e di sicurezza della circolazione stradale.

L’unica (magra) consolazione l’inapplicabilità delle sanzioni amministrative accessorie previste per tale reato (ad es., della sospensione della patente di guida), in forza del principio generale che esclude l’applicabilità della sanzione amministrativa accessoria della sospensione della patente di guida (che discenda per legge da illeciti posti in essere con violazione delle norme sulla circolazione stradale) a chi li abbia commessi conducendo veicoli (come una bicicletta) per la cui guida non sia richiesta alcuna abilitazione.

Così la sez. IV, della Cassazione con sentenza 02.02.2015, la quale ha rigettato un ricorso di un milanese alla guida della propria bici.

I fatti.

Il Tribunale di Brescia condanna TIZIO alla pena di due mesi e venti giorni di arresto ed euro 800 di ammenda, in relazione al reato di guida in stato di ebbrezza alcolica (tasso alcolemico pari a 1,97 e 2,23 g/l) commesso, alla guida della propria bicicletta.

La corte d’appello conferma il verdetto di primo grado.

Inutile il ricorso in cassazione, in quanto la Suprema corte, col principio di diritto di cui sopra, ha escluso la fondatezza della prospettazione dell’imputato, in ordine alla pretesa inoffensività della condotta allo stesso addebitata, avendo sottolineato l’oggettiva idoneità (tanto astratta, quanto in concreto), della conduzione di una bicicletta in condizioni di ebbrezza alcolica, a interferire con il regolare e sicuro andamento della circolazione stradale, con la conseguente creazione di un obiettivo e concreto pericolo per la sicurezza e l’integrità del pubblico degli utenti della strada.

GUIDA IN STATO D’EBBREZZA

GUIDA IN STATO D’EBBREZZA: NULLO L’ACCERTAMENTO SE MANCA L’AVVISO DELLA FACOLTA’ DI FARSI ASSISTERE DALL’AVVOCATO

La nullità conseguente al mancato avvertimento al conducente di un veicolo, da sottoporre all’esame alcolemico, della facoltà di farsi assistere da un difensore di fiducia, in violazione dell’art. 114 disp. att. cod. proc. pen., può essere tempestivamente dedotta, a norma del combinato disposto dell’art. 180 c.p.p. e art. 182 c.p.p., comma 2, secondo periodo, fino al momento della Deliberazione della sentenza di primo grado.

Questo il principio di diritto sancito dalla Sez. IV della Suprema Corte con la sentenza depositata il 23 febbraio 2015.

I Fatti.

Il Tribunale di Milano condanna TIZIO per guida in stato di ebbrezza, ex art. 186, comma 2, lett. c), e comma 2-bis, Cod. Strada, alla pena di 10 mesi e 20 giorni di arresto e all’ammenda di 3.000 euro, per essersi messo alla guida del veicolo con un tasso alchemico di 2,62 g/l ed aver provocato un incidente stradale.

Il reato risulta ulteriormente aggravato dalla circostanza che il fatto era avvenuto alle 3,20 del mattino, con conseguente aggravio della pena (da un terzo alla metà), come stabilito dall’art. 186, comma 2-sexies, dello stesso Codice.

La Corte di appello di Milano confermava la sentenza di primo grado, in quanto riteneva che la nullità, per il mancato avviso, doveva considerarsi sanata perché non dedotta né al momento dell’atto né immediatamente dopo, quando l’indagato si era presentato all’ufficio di polizia per sottoscrivere il verbale di contestazione, ma solo nel corso del giudizio, svoltosi con il rito abbreviato.

L’art. 114 disp. att. c.p.p. prevede che «nel procedere al compimento degli atti indicati nell’art. 356 c.p.p., la polizia giudiziaria avverte la persona sottoposta alle indagini, se presente, che ha facoltà di farsi assistere dal difensore di fiducia».

Avverso la sentenza della corte d’appello, l’imputato propone ricorso in cassazione.

La Corte romana accoglie il ricorso ed annulla la sentenza impugnata, applicando la massima di recente pronunciata dalle Sezioni Unite, con Sent. 29 gennaio 2015, le quali sanciscono il seguente principio di diritto: la nullità conseguente al mancato avvertimento al conducente di un veicolo, da sottoporre all’esame alcoolimetrico, della facoltà di farsi assistere da un difensore dì fiducia, in violazione dell’art. 114 disp.att.c.p.p., può essere tempestivamente dedotta, a norma del combinato disposto degli artt. 180 e 182, comma 2, secondo periodo, c.p.p. fino al momento della deliberazione della sentenza di primo grado.

La nullità in questione è pertanto nullità di ordine generale a regime intermedio, rilevabile anche d’ufficio. Le nullità a regime intermedio, come stabilisce l’art. 180 c.p.p., «non possono più essere rilevate né dedotte dopo la deliberazione della sentenza di primo grado ovvero, se si sono verificate nel giudizio, dopo la deliberazione della sentenza del grado successivo».

Ma che è la parte che ha l’onere di eccepire la nullità ai sensi dell’art. 182, comma 2, c.p.p.?

Risposta della Cassazione: non può intendersi mai l’indagato o l’imputato, ma solo il difensore (o il pubblico ministero).

In applicazione di detto principio, la Sez. IV annulla la sentenza emessa dalla Corte di appello di Milano che aveva aderito al diverso indirizzo interpretativo antecedente all’arresto delle Sezioni unite, ritenendo sanata la nullità.

La sentenza è annullata con rinvio ad altra sezione della Corte lombarda, affinché questa proceda ad un nuovo esame della responsabilità dell’imputato, ora non più tenendo conto degli esiti dell’accertamento tecnico compiuto con l’alcoltest, affetto da nullità.

DIVORZIO

DIVORZIO: COSA SUCCEDE SE L’EX CONIUGE RICEVE L’EREDITA’ ?

I beni acquisiti per successione ereditaria dopo la separazione, ancorchè non incidenti sulla valutazione del tenore di vita matrimoniale perchè intervenuta dopo la cessazione della convivenza, possono tuttavia essere presi in considerazione ai fini della valutazione della capacità economica del coniuge onerato.

Questo è quanto emerge dalla recentissima ordinanza della Cass. Civ., Sez. VI, 3 marzo 2015.

Nel caso di specie, la Suprema Corte ha rigettato il ricorso del marito avverso la sentenza della Corte d’appello di Firenze che aveva disposto un assegno in favore della moglie per un importo pari ad € 4 mila.

L’assegno di divorzio deve tendere al mantenimento dello stesso tenore di vita goduto durante la convivenza matrimoniale, potendo l’indice di tale tenore essere l’attuale disparità di posizioni economiche dei coniugi.

Pur essendo gli assegni di separazione e divorzio differenti per presupposti, caratteri e finalità, l’importo dell’assegno di separazione può costituire oggetto del prudente apprezzamento del giudice, anche ai fini della ricostruzione del tenore di vita della famiglia, durante la convivenza coniugale.

Inoltre, le attuali condizioni economiche dei coniugi ed il loro eventuale divario, costituiscono elemento di valutazione del giudice, ai fini della determinazione dell’assegno divorzile. E sotto tale profilo, anche la disponibilità patrimoniale acquisita in via ereditaria, costituente in ogni caso una voce reddituale, può essere a tal fine considerata.

FAVOREGGIAMENTO DELLA PROSTITUZIONE

FAVOREGGIAMENTO DELLA PROSTITUZIONE

ATTENTI A CONCEDERE IN LOCAZIONE O COMODATO L’IMMOBILE, AD ACCOMPAGNARE BOCCA DI ROSA SUL POSTO DI LAVORO !!!

Concedere in locazione o in comodato un appartamento ad una prostituta, sia al fine di abitazione sia al fine di esercitarvi la prostituzione, non integra il reato di favoreggiamento della prostituzione, potendo semmai integrare quello di sfruttamento della prostituzione qualora il canone preteso sia notevolmente eccedente rispetto al canone di mercato.

Non solo.

L’accompagnamento in auto della prostituta sul luogo del meretricio configura il reato di favoreggiamento della prostituzione quando risulti funzionale all’agevolazione della prostituzione, sulla base di elementi sintomatici: quali, ad esempio, la non occasionalità o l’espletamento di attività ulteriori rispetto al suo accompagnamento (sorveglianza, messa a disposizione del veicolo per l’incontro con i clienti, etc.).

Questi i principi di diritto sanciti dalla Sez. III (con motivazione depositata il 20/02/2015) della Cassazione penale, la quale ha dichiarato inammissibile il ricorso di un cittadino Lecchese, condannalo al pagamento delle spese processuali e della somma di € 1.000,00 in favore della cassa delle ammende.

Confermata, dunque, la sentenza della la Corte d’appello di Milano che ridusse la pena ad anni 1, mesi dieci di reclusione ed € 400 di multa, con la sospensione condizionale della pena, e confermando nel resto la sentenza emessa dal Tribunale di Lecco che, a seguito di giudizio abbreviato, aveva dichiarato TIZIO colpevole del reato di cui alla L. 20 febbraio 1958, n. 75, art. 3, n. 8, per avere favorito e sfruttato la prostituzione di BOCCA DI ROSA.

Nel caso di specie, il giudice del merito, ha messo in evidenza che l’accompagnamento in auto della prostituta sul posto di esercizio del meretricio non aveva costituito un fatto isolato, ma rientrava in un comportamento con i caratteri della abitualità, dal momento che, oltre all’accompagnamento della donna nel tardo pomeriggio del 14 giugno, vi era stato anche l’episodio del 13 giugno quando l’imputato ed i suoi connazionali, a seguito di una telefonata della BOCCA DI ROSA, si erano recati sul luogo del meretricio per proteggere la donna dalle minacce ed intimidazioni che le venivano arrecate da alcuni uomini e poi per riaccompagnarla a casa; e quello della sera del 14 giugno in cui l’imputato con i suoi connazionali era tornato sul luogo per portarle un ombrello per ripararsi dalla pioggia.

Nella specie erano quindi presenti gli estremi del favoreggiamento nell’attività, certamente non isolata, di accompagnamento e di protezione sul luogo di esercizio del meretricio, anche se non nella mera condotta della messa a disposizione del proprio appartamento.

TARI

TARI: non è dovuta se immobile è rimasto inoccupato

Il contribuente che dimostra di pagare già la Tari (in passato Tarsu e prima ancora Tares) sull’immobile dove ha la residenza, non è più obbligato a pagarla anche sull’appartamento, sempre di sua proprietà, ma disabitato.

A stabilirlo è la Commissione Tributaria Regionale di Roma (sent. n. 7001/14) che ha annullato un avviso di accertamento per omessa dichiarazione della Tari e mancato pagamento del relativo tributo.

Il contribuente invocava la nullità dell’atto sostenendo che, nell’immobile, non aveva mai abitato.

I giudici di secondo grado gli hanno dato ragione.

Infatti, si legge in sentenza, “non si deve pagare tale imposta sui rifiuti relativa a un determinato immobile se quest’ultimo, nel periodo riguardante l’accertamento, è rimasto inoccupato”.

Ovviamente, spetta al contribuente provare il fatto che comunque l’abitazione è rimasta del tutto inoccupata anche per quanto riguarda la presenza di mobili ed elettrodomestici o l’attivazione delle utenze come acqua, luce e gas.

Nel caso di specie, tale circostanza era stata dimostrata a mezzo di dichiarazione spontanea inviata dal ricorrente al Comune di Roma e dal fatto che il contribuente, nello stesso periodo, ha abitato in un altro immobile, dove gli è stata inviata, per gli stessi anni, la Tarsu.

Non si può negare che il Ministero abbia più volte precisato che la presenza di arredo o l’attivazione delle utenze (per esempio, l’acqua o la luce) costituiscono presunzione semplice dell’occupazione dell’immobile. Ma è sempre concesso al contribuente dimostrare il contrario, ossia il fatto che comunque l’abitazione è rimasta del tutto inoccupata.

Ovviamente, la mancanza di allacciamenti può essere provata attraverso documentazione scritta, e questo è sufficiente per ottenere la cancellazione della tassa.

Per verificare, invece, l’assenza di arredi è necessaria un’ispezione sul luogo, che quasi nessun Comune fa. E allora possono supplire altre prove, come per esempio il fatto che il contribuente abbia sempre abitato un altro immobile e per quest’ultimo abbia corrisposto il relativo tributo sui rifiuti.

TRUFFA DEL PROMOTORE FINANZIARIO

TRUFFA DEL PROMOTORE FINANZIARIO: la banca ne risponde in solido

Il cliente-risparmiatore di una banca, truffato dal promotore finanziario che agisce in suo nome, può chiedere direttamente alla banca il risarcimento dei danni subiti.

Lo ha stabilito il Tribunale di Napoli, sentenza 12 novembre 2014, accogliendo, in parte, la domanda di un investitore.

I fatti.

Tizio, cliente della Banca Bassotti, effettuava diversi versamenti in contanti, per un totale di circa € 26.000, nelle mani del promotore della sua banca, con il quale aveva progressivamente instaurato un rapporto confidenziale e nel quale aveva riposto la propria fiducia, anche in considerazione della circostanza che aveva quali clienti investitori anche alcuni suoi amici.

Nel 2007, però, allarmato dalla notizia del tentato suicidio del promotore, aveva chiesto alla banca una informativa sulla propria posizione, dalla quale era emersa la mancata registrazione degli investimenti, i quali risultavano, quindi, mai eseguiti.

Da qui l’azione per il risarcimento del danno nei confronti del promotore e della banca.

La motivazione della sentenza del tribunale partenopeo.

Ricorda il Tribunale, in linea con il trend giurisprudenziale in materia, che l’art. 31 comma 3 Dlgs 58/1998 dispone che la banca proponente è responsabile in solido dei danni arrecati a terzi dal promotore finanziario nello svolgimento delle incombenze affidategli. La responsabilità solidale del proponente per gli eventuali danni arrecati a terzi nello svolgimento delle mansioni affidate ai promotori finanziari configura un’ipotesi speciale di responsabilità riconducibile a quella contemplata in via generale dall’art. 2049 c.c. a carico dei padroni e dei committenti per i fatti illeciti dei domestici e dei commessi.

Nel caso in esame, la banca non ha fornito prova di aver utilizzato la diligenza richiesta per andare esente da responsabilità nei confronti degli investitori per fatto illecito dei promotori.

TRADIMENTO FRA CONVIVENTI

TRADIMENTO FRA CONVIVENTI MORE UXORIO: amore, questo figlio non è tuo!!

È tenuta al risarcimento del danno non patrimoniale (per lesione della propria capacità di autodeterminazione nelle scelte riguardanti il proprio ruolo genitoriale), una donna “Diletta” (nome non di fantasia), responsabile di aver taciuto la relazione sessuale con altro uomo, in modo da rafforzare la convinzione del partner “ufficiale” di essere il padre biologico della piccola.

A stabilirlo è il Tribunale di Firenze, con sentenza deposita il 2 febbraio 2015.

L’atteggiamento omissivo della donna non solo è idoneo ad ingenerare nel partner la falsa convinzione di essere il padre della bambina, al punto da essere indotto a riconoscerla, ma finisce per ledere interessi meritevoli di tutela, identificati con la dignità personale e con la libertà di autodeterminazione rispetto alle proprie scelte di vita.

Sul risarcimento del danno.

Quanto al danno patrimoniale, al povero Tizio vengono liquidati € 8.849,47 comprensivi delle spese sostenute per i numerosi viaggi effettuati per raggiungere “Diletta” dalla Sicilia a Firenze, per le spese sanitarie per visite mediche alla piccola, per il battesimo, vestiario e giochi.

Quanto al danno non patrimoniale, il giudice fiorentino liquida € 5.000.

“Diletta” dovrà anche rifondere le spese legali pari ad € 6.000 sostenute dal partner “ufficiale”.

DIVORZIO BREVE

DIVORZIO BREVE APPROVATO: 6 MESI PER DIRSI ADDIO

Dopo 45 anni, sarà più veloce sciogliere il vincolo matrimoniale.

La Camera dei deputati ha definitivamente approvato la legge recante disposizioni in materia di scioglimento o di cessazione degli effetti civili del matrimonio nonché di comunione tra coniugi.

Termini ridotti.
Si passa dai vecchi 3 anni (decorrenti dalla comparizione personale dei coniugi davanti al presidente del tribunale) agli attuali:
– 6 mesi, in casi di separazione consensuale (anche qualora la giudiziale si trasformi in consensuale);
– 12 mesi nella separazione giudiziale.

Applicazione.
La nuova norma si applica a tutte le separazioni:
– a prescindere che la coppia abbia o meno figli (anche minori),
– anche se pendenti alla data di entrata in vigore della legge.

Scioglimento della comunione dei beni.
La legge interviene anche anticipando il momento dell’effettivo scioglimento della comunione dei beni tra i coniugi introducendo un nuovo comma all’art. 191 c.c. a tenore del quale «nel caso di separazione personale la comunione dei coniugi si scioglie nel momento in cui il presidente del tribunale autorizza i coniugi a vivere separati, ovvero dalla data di sottoscrizione del processo verbale di separazione consensuale dei coniugi dinanzi al presidente del tribunale».
Per questo, l’ordinanza con la quale i coniugi sono autorizzati a vivere separati è comunicata all’ufficiale dello stato civile ai fini dell’annotazione dello scioglimento della comunione.

Resta ferma, invece, la norma che stabilisce:
La causa principale del divorzio resta il matrimonio.

OMICIDIO STRADALE

OMICIDIO STRADALE: SEMAFORO VERDE DELLA COMMISSIONE GIUSTIZIA, CARCERE FINO A 18 ANNI

Fonte il Sole 24 ore
Via libera, ieri, della Commissione giustizia del Senato al Ddl che introduce nel codice penale il reato di omicidio stradale e lesioni. Dopo l’ok di palazzo Madama il testo è pronto per il voto definitivo dell’aula, dove potrebbe arrivare, secondo il relatore e capogruppo del Pd Giuseppe Cucca, entro la prima metà di giugno. Il testo licenziato prevede pene da 8 a 12 anni di carcere per chiunque causi la morte di una persona guidando in stato di ebrezza o sotto l’effetto di droghe. Nel testo introdotte anche l’aggravante che fa alzare la pena per chi fugge dopo aver investito la vittima e la previsione di una pena triplicata, con un tetto di 18 anni, in caso di omicidio plurimo. Pesante anche la pena accessoria del ritiro della patente: revocata per 15 anni in caso di omicidio, per 20 se la persona è stata fermata in passato per guida in stato di ebrezza, fino ad arrivare a 30 anni se il conducente ha avuto anche multe per eccesso di velocità. Carcere, da 7 a 10 anni, anche per chi a prescindere dallo stato di alterazione: superi del doppio la velocità consentita sia sulle strade urbane che extraurbane, attraversi con il rosso, circoli contromano o faccia inversione in prossimità di intersezioni, curve o dossi, o sorpassi un ’altro mezzo dove c’è un attraversamento pedonale o la linea continua. La stessa “punizione” è indicata per chi causa la morte di una persona, conducendo barche o moto d’acqua a velocità pari o superiore alla norma in uno specchio d’acqua nel quale è vietata la navigazione. Per le lesioni colpose la reclusione va da 2 a 4 anni se provocate in stato di ebrezza alcolica o sotto l’effetto di sostanze stupefacenti, la pena scende da 9 mesi a due anni se si guida “solo” sotto l’effetto dell’alcol o si fanno le stesse manovre pericolose previste per l’omicidio stradale (eccesso di velocità, sorpassi ecc.).

In tutte queste ipotesi la pena può essere aumentata fino al triplo, per un massimo di 7 anni, in caso di lesioni a più persone. Per le lesioni personali gravi la pena lievita da un terzo alla metà, mentre l’inasprimento è dalla metà a due terzi per lesioni gravissime.

Il delitto di lesioni è punibile su querela se la malattia non dura più di 20 giorni e in assenza delle aggravanti previste dal codice penale (articolo 583).

Un’altra novità riguarda il prelievo coattivo dei campioni biologici per chi, accusato di omicidio o di lesioni, si rifiuta di sottoporsi al test. La polizia giudiziaria può accompagnare forzatamente l’automobilista in ospedale per le verifiche, avvisando tempestivamente il difensore, che può assistere senza che l’esercizio del diritto di difesa pregiudichi le operazioni.

Per il relatore Cucca, quello compiuto ieri è un passo importante per dare una risposta concreta ad un’esigenza sentita in modo trasversale dalle forze politiche ma, soprattutto, dall’opinione pubblica. Stessa soddisfazione è espressa dal sottosegretario alla giustizia Cosimo Ferri che sottolinea l’importanza di punire con la reclusione chi causa la morte di una persona facendo manovre azzardate.